Archivo del Autor: Flavia Cascio

Acerca de Flavia Cascio

Nací en Turín, pero con el corazón en el sur, Sicilia-Sevilla. Siempre con la maleta preparada. Estudiante de Mediación Lingüística en la Universitá di Torino. Traductora novel de Italiano > Español y Español > Italiano. Amante de la literatura y el chocolate.

Michele Serra: Contra la patria (Contro la patria)

 

foto michele serra

CONTRO LA PATRIA

Non conosco patria

che non sia feroce

preferisco matria

dove cresce il noce

preferisco dove

preferisco stare

e qualunque altrove

mi è già familiare

non esiste casa

che non abbia soglia

dove si rincasa

con la stessa voglia

non esiste stanza

che non abbia storia

con la sua abbondanza

con la sua cicoria

non esiste cane

che non dorma e muoia

tra le vecchie lane

della stessa stuoia

non esiste bimbo

che non giochi e rida

nel festoso limbo

del suo corridoio

fino al lavatoio

va la sua corrida.

Non esiste gatto

pane, olio, sedia

che non dica tutto

sulla mite inedia

sulla buona quiete

sulla pace uguale

sulla fresca sete

fame conviviale.

Amo il mio cortile

e il pianeta intero

fuggo dallo stile

mediocre e prigioniero

delle nazioni. Odio

la patria, il podio

dei meriti di guerra

amo la terra, amo

la terra che vediamo.

foto de la patria a la matria

CONTRA LA PATRIA

No conozco patria

que no sea cruel

prefiero matria

allí crece la nuez

prefiero el donde

prefiero estar

y cualquier allá

parece usual

no existe casa

sin un umbral

al que se acuda

con el mismo gusto

no existe cuarto

sin un pasado

con su abundancia

con su achicoria

no existe perro

que no duerma y expire

entre viejas lanas

de la misma estera

no existe niño

que no juegue y ría

en el jocoso limbo

de su pasillo

hasta el lavadero

llega su correteo.

No existe gato

pan, aceite, silla

que no lo diga todo

del manso hastío

de la buena quiete

de la paz igual

de la fresca sed

hambre convival.

Amo mi patio

y el planeta entero

escapo del estilo

mediocre y esclavo

de las naciones. Odio

la patria, el podio

de los méritos de guerra

amo la tierra, amo

la tierra que vemos.

 

De Poetastro: poesie per incartare l'insalata (1993).
Versión de F.C.

Mauro Corona: La casa de los siete puentes (La casa dei sette ponti)

Mauro-Corona

LA CASA DEI SETTE PONTI

    L’uomo intraprendente, instransigente e intelligente cominciò a farsene un cruccio. Abituato a vincere andando al fondo delle cose, e se occorreva comprandole, non poteva rimanere col magone del mistero nella testa. Voleva sapere chi dimorava in quella casa, guardare la faccia o le facce di coloro che accendevano il fuoco. Magari anche aiutarli, donare loro un tetto nuovo. Desiderava esplorarne l’interno, curiosare com’era fatta, vedere le stanze, le stufe – se erano stufe –, o i fornelli, l’arredamento. Soprattutto, voleva scoprire chi viveva tra quei muri, sotto i teli colorati.

    All’ennesimo passaggio accostò e spense il motore. Fissò a lungo la casa dal tetto umile. Neanche stavolta vide qualcuno, solo il fumo che usciva dai camini. Era verso mezzogiorno, a metà di un ottobre dorato. La valle ardeva nell’incendio di boschi arrugginiti. Rondini di foglie multicolori volavano a sciami al soffio leggero del vento. Molte andavano a posarsi laggiù, sull’acqua nervosa di quel torrente solitario che subito le portava lontano, chissà dove. Senza più ali, le rondini di foglie continuavano il viaggio verso l’ignoto, col corpo bagnato e pieno di freddo, pellegrine senza meta, in balìa degli elementi, come la vita degli uomini.

    Aleggiava nell’aria la malinconia dell’autunno. Sospeso nel silenzio dei boschi addormentati, il mistero di quei picchi solitari si nascondeva dietro ogni tronco. Alberi stentati con braccia ossute stavano arrampicati sulla parete ripida, col muso sporto in fuori a sbadigliare sul passo stanco delle auto. Gli autunni portano sempre malinconia, ma in quella valle la malinconia è più forte. Rallenta, attecchisce, s’impiglia nei rami, s’attorciglia ai fusti degli alberi, rimane sospesa per poi calare improvvisa come lo Spirito Santo su coloro che passano di sotto.

    Gli uomini ne percepiscono la presenza. E allora riflettono, pensano alle loro vite, tirano le somme. Il facoltoso industriale della seta fu preso dalla “malinchetudine”, struggente sensazione di malinconia e solitudine. Stava per riaccendere il motore e scappare, andare dagli amici a San Marcello, o a Prato nelle sue fabbriche, o meglio ancora a Firenze, nei salotti di amici danarosi che nulla avevano a che spartire con quelli dal volto cotto dei crinali. Aveva ormai girato la chiave della potente Audi e il motore trapanava il silenzio autunnale della valle, quando all’improvviso l’uomo cambiò idea e lo spense definitivamente.

    Aveva deciso di bussare alla porta della casa col tetto di stracci e scoprire chi c’era là dentro. Scese, controllò di aver parcheggiato a regola per non intralciare il traffico, per quanto scarso, e si avviò verso l’abitazione. Si domandava con che approccio entrare in contatto, quali parole usare a giustificazione di quella assurda intrusione. Intrusione che sapeva di irrispettosa curiosità da parte di un riccone con molti benefici in tempo da perdere. Si vergognò. Ancora una volta ebbe l’impulso di tornare indietro, ma un impulso più forte lo spinse a osare. Stava per scavalcare il guardrail quando si accorse del taglio nella lamiera che lasciava accedere al cospetto di un portone di legno. Un’anta di castagno antico, consumata dal tempo, graffiata dalle intemperie, sconnessa dagli acciacchi, abbronzata di sole e lisciata dalla lingua del vento. Prima di bussare esitò. Dentro regnava il silenzio degli invisibili, dalla casa non proveniva alcun suono, come se fosse disabitata. Eppure c’erano due comignoli fumanti. Un fuoco non s’accende da solo, e nemmeno si alimenta. Ci vuole una mano che metta legna, qualcuno che custodisca la fiamma.

    Bussò tre volte.

    Niente.

    Allora picchiò più forte.

    Niente.

    Oso spingere la porta, che si aprì una spanna. Infilò la testa e gridò: “C’è nessuno?”. Ancora niente. A quel punto sarebbe anche potuto entrare, ma esitava ancora. E se dentro ci fosse stato un pazzo che, alla vista dell’intruso, gli avrebbe aperto la testa con un colpo di scure? Meglio non rischiare. Spinse l’uscio ancora un poco. Stava per ripetere la sua domanda quando sentì avvicinarsi un cigolio di cardini e passi furtivi. Si ritrasse, intimorito. Finalmente poteva vedere l’abitante, o gli abitanti, di quella dimora misteriosa e un po’ inquietante.

casale toscana

 

LA CASA DE LOS SIETE PUENTES

    El diligente, intransigente e inteligente hombre comenzó a darle vueltas. Acostumbrado a ganar llegando hasta el fondo de las cosas y, si hacía falta, comprándolas, no podía quedarse con el pesar de la intriga en la cabeza. Quería saber quién vivía en aquella casa, mirarle a la cara a quien o quienes encendían el fuego. Tal vez incluso ayudarles, darles un nuevo tejado. Deseaba explorar su interior, averiguar cómo estaba hecha, ver las habitaciones, las estufas -si había estufas-, o los hornillos, la decoración. Más que nada quería descubrir quién vivía entre aquellas paredes, bajo las telas de colores.

    Después del enésimo pasaje se acercó con el coche y apagó el motor. Observó atentamente la casa del humilde tejado. Esta vez tampoco vio a nadie, solamente el humo que salía de las chimeneas. Era casi mediodía, a mediados de un fulgurante octubre. El valle ardía en el incendio de carcomidos bosques. Golondrinas de alas multicolores volaban a los enjambres con el soplo liviano del viento. Muchas iban a posarse allá, en la temblorosa agua de aquel solitario torrente que enseguida las llevaba lejos, quién sabe adónde. Ya sin alas, las golondrinas de hojas seguían su viaje hacia lo ignoto, con el cuerpo mojado y repleto de frío, peregrinas sin destino, bajo el poderío de los elementos, al igual que la vida de los hombres.

    En el aire flotaba la melancolía del otoño. Suspendido en el silencio de los bosques adormecidos, el misterio de aquellos pájaros carpinteros se escondía detrás de cada tronco. Desmedrados árboles de brazos huesudos trepaban en la escarpada pared, brotes salientes, bostezando al paso cansado de los coches. El otoño suele provocar melancolía, sin embargo en aquel valle la melancolía era aún más fuerte. Afloja, arraiga, se entreteje en las ramas, se encadena en los tallos de los árboles, queda suspendida para luego descender repentina como el Espíritu Santo sobre los que pasan por debajo.

    Los hombres perciben su presencia. Y entonces es cuando reflexionan sobre sus vidas, sacan conclusiones. El acaudalado industrial de la seda sufrió un ataque de “melancoledad”, atormentada sensación de melancolía y soledad. Estaba a punto de encender el motor y marcharse, irse a ver a los amigos de San Marcello, o dirigirse hacia Prato y sus fábricas, o mejor a Firenze, a los salones de poderosos amigos que no tenían nada que ver con aquellos de rostro rojizo que viven en las cumbres de las montañas. Ya había girado la llave del potente Audi pues el motor taladraba en el silencio otoñal del valle cuando, de repente, el hombre cambió de idea y terminó apagándolo.   

Había decidido llamar a la puerta de la casa del tejado destrozado y así descubrir quién había allí dentro. Bajó, se aseguró de haber aparcado bien para no interrumpir el tráfico, por mínimo que fuese, y se dirigió hacia la vivienda. Se preguntaba cómo podía acercarse, con qué palabras justificar esa absurda intrusión. Intrusión que sabía a irrespetuosa curiosidad por parte de un ricachón con muchos beneficios y tiempo que perder. Le dio vergüenza. Una vez más tuvo la tentación de echarse atrás, pero un ímpetu más fuerte lo empujó a atreverse. Estaba a punto de saltar el guardarrail cuando vio un corte en la chapa a través del cual se veía el portón de madera. Una puerta de castaño antiguo,desgastada por el paso del tiempo, arañada por la intemperie, desconectada de las goteras, tostada por el sol y alisada por la lengua del viento. Antes de llamar dudó. Dentro reinaba el silencio de los invisibles, de la habitación no procedía ningún sonido, como si estuviera deshabitada. Sin embargo las dos chimeneas humeaban. Un fuego no se enciende ni se alimenta solo. Necesita de una mano que le eche leña, alguien que custodie la llama.

    Llamó tres veces.

    Nada.

    Volvió a llamar.

    Nada.

    Se atrevió a empujar la puerta, que se abrió un palmo. Introdujo la cabeza y gritó: ¿Hay alguien ahí? Nada. Ya habría podido entrar mas siguió dudando. ¿Y si en su interior viviese un loco que, viendo al intruso, le abriera la cabeza de un hachazo? Mejor no arriesgarse. Empujó un poco más la puerta. Estaba a punto de repetir su pregunta cuando oyó un chirrido de bisagras y pasos furtivos acercándose. Se retiró, asustado. Por fin podía entrever el habitante, o los habitantes, de aquella morada misteriosa e inquietante.

De La casa dei sette ponti, 2012
Versión de F.C.

Gianni Rodari: Después de la lluvia (Dopo la pioggia)

El escritor, maestro y pedagogo italiano Gianni Rodari (Omegna, 23/10/1920), especializado en cuentos infantiles, desde el comienzo de su actividad literaria adoptó la ironía como herramienta para una sutil crítica del mundo actual. En un mundo de guerra y conflictos el único amparo al que recurrir es el mundo de la fantasía, el refugio favorito de los niños.

“La fantasia fa parte di noi come la ragione: guardare dentro la fantasia è un modo come un altro per guardare dentro noi stessi”.

rodari

 

DOPO LA PIOGGIA

Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l’arcobaleno.

E’ come un ponte imbandierato
e il sole ci passa festeggiato.

E’ bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.

Però lo si vede, questo è male
soltanto dopo il temporale.

Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?

Un arcobaleno senza tempesta,
questa si che sarebbe una festa.

Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.

arcobaleno

DESPUÉS DE LA LLUVIA

Después de la lluvia viene la calma,
y un arco iris en el cielo se plasma.

Es como un puente embanderado
que el sol atraviesa embelesado.

Qué bonito es mirar con los ojos arriba
sus colores de rojo y azul.

Pero se ve, y eso está mal,
solamente después de un temporal.

¿No crees que sería mejor
que se dejara a parte este pavor?

Un arco iris sin tempestad,
eso sí que traería felicidad.

Sería una fiesta para toda la tierra
hacer la paz antes que la guerra.

De Filastrocche in cielo e in terra, 1960.
Versión de F.C.